9/3/2010 (7:51) - DELITTO DI NOVI LIGURE
Il Delitto e castigo di Omar
Omar Favaro, 27 anni, tornato libero la settimana scorsa
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Il suo debito non è stato pagato:
le ombre delle vittime
non si dissolveranno
GUIDO CERONETTI
Per il senso comune di quel che chiamiamo giustizia, certamente no, Omar non meritava questa così rapida scarcerazione (nove anni non effettivi, di cui un periodo già in regime di semilibertà, cinque cancellati). Il dubbio essenziale lo ha espresso, qui, Massimo Gramellini: ma il suo ragionamento è secondo l’irresistibile concetto, che nessuna costituzione mai potrà cancellare, della retribuzione. Delitto e Castigo, ecco un titolo che dice tutto: lo avrà letto Omar? Ne aveva tutto il tempo; ne avrà dell’altro, adesso. Ma la giustizia riabilitativa è tutt’altra cosa. Là non c’è la spesso invocata certezza della pena; nella riabilitativa tutto è incerto: reale pentimento, pagamento del debito sociale; durata della carcerazione... Molto ne dipende anche dalle idee (ideologie, sentimenti) con cui si guarda al condannato da parte della magistratura femminile, in cui la riabilitazione è uno scommettere che lo scopo è raggiunto nel fluttuare di un istintivo perdonare materno.

Il caso Omar, dal delitto allo scioglimento, è tutto esclusivamente nella prospettiva riabilitativa. Nel 2001 aveva diciassette anni appena. I servizi sociali, qualche buon prete, eccetera, se ne sono subito, o quasi subito, preso cura. Credo proprio sia stato trattato bene, e questo, sembra strano, grazie all’enormità del crimine, commesso con premeditazione, però con la volontà perturbata, trascinato e stregato dalla complice Erika istigatrice. (Condizioni non valutabili strettamente, alleggerendo in via ipotetica l’incerto castigo).

Confesso che, come padre, quando la faccenda andò sui giornali, nove anni fa, avrei abbandonato sia figlio che figlia, sarei sparito per farli sparire (in un certo senso condannandoli a morte, simbolicamente, ma non meno duramente). Il padre di lei, tuttora, è per me un’enigma. Eppure di quei tre genitori, il padre vedovato dalla figlia, investibile in pieno dal raggiare del Tragico, la coppia che non ha abbandonato il ragazzo alle Erinni senza tempo né mura - va compreso e ammirato il superamento dell’orrore mediante la forza, soltanto, dell’amore. Se non questo, che cosa? Hanno preso su di sé la croce, l’hanno portata e, non c’è da illudersi, per sempre la porteranno. Non mi è facile ritenerli dei buoni genitori, prima del crimine dei loro figli, che nella sua ferocia li ha rivelati, dopo essere stati mediocri o pessimi (troppo indulgenti, la coppia almeno) genitori. Omar, l’adulto che è diventato, può buttarsi in lacrime ai loro piedi.

Il debito, in verità, non è stato pagato - perché le ombre delle creature assassinate non si dissolveranno, come confida a torto la giustizia riabilitativa. Siedono sulla soglia, i lavaggi di mani non basteranno mai. Sarebbe male dimenticare, rimuovere, perdersi in distrazioni futili. Ricordando, meditando a lungo, il giovane Omar potrebbe realmente completare il suo imperfetto allontanamento da quell’inaccettabile giorno di febbraio - psicologicamente indecifrato.

Umana è la voglia di dimenticare, ma non rimuove la tenebra, non taglia ogni radice dell’albero di morte che siamo stati.

Non è facile, neppure ora (né così presto) essere Omar.
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