8/3/2010 (15:55) - LUTTO NEL MONDO DEL GIORNALISMO
Addio a Ronchey, giornalista europeo
Alberto Ronchey
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L'ex direttore de «La Stampa» aveva
84 anni. Profeta della moneta unica
coniò il "fattore K" e la "lottizzazione"
ALBERTO SINIGAGLIA
TORINO
Scrisse di lui Indro Montanelli: «Credo che Ronchey sia il giornalista europeo che più a fondo ha scavato nei problemi del mondo, che meno ha concesso al sensazionalismo e al colore». Per questa ragione l’editore Aragno apre con lui una collana di «Classici del giornalismo», che uscirà per il prossimo Salone del del Libro di Torino. Alberto Ronchey ha trascorso gli ultimi giorni dialogando lucidamente con chi gli curava il volume, certo che sarebbe stato il suo ultimo libro ma anche lo specchio più completo e fedele della sua vita di grande giornalista: dagli inizi formativi sul «Mondo» agli anni del «Corriere», della «Stampa», della «Repubblica».

Coniatore dei termini «lottizzazione» e «fattore K», profeta di una «moneta europea», Alberto Ronchey era nato a Roma il 27 settembre 1926. Allievo dell’italianista Carlo Dionisotti al liceo «Virgilio», Alberto comincia a scrivere per la stampa clandestina dei repubblicani a Roma. Passata la guerra, laureato in giurisprudenza, diventa direttore della «Voce Repubblicana». Scrive sul «Mondo» di Pannunzio e sul «Resto del Carlino» di Spadolini. Nel 1956 passa, come corrispondente politico da Roma, al «Corriere d’informazione» di Afeltra e al «Corriere della Sera» di Missiroli. Nel ‘59 Giulio De Benedetti lo chiama alla «Stampa» e lo invia corrispondente a Mosca negli anni di Krusciov, della destalinizzazione, degli «sputniki» e delle sfide all’America. Nascono i primi libri fortunati: «La Russia del disgelo»(Garzanti 1963), «Russi e cinesi»(Garzanti 1965).

Inviato speciale nell’America di Kennedy e in tutti i continenti, nel 1961 Ronchey era stato il primo a entrare a Kindu nel Congo dopo la strage di aviatori italiani. I viaggi fra l’Europa in fermento e la Cecoslovacchia di Dubcek, l’Africa, l’India e il Giappone, ancora l’America e ancora l’Urss, producono altri volumi. A quel continuo viaggiare Giovanni Agnelli aveva ordinato una pausa a fine dicembre ‘68, nominando Ronchey direttore della Stampa e di Stampa Sera. A 42 anni Ronchey arricchisce la Stampa d’una moderna attenzione alla politica internazionale, all’economia, alla cultura, alle incalzanti trasformazioni della società. Accanto a Jemolo, Piovene, Gorresio, Mila, Firpo, Galante Garrone, Salvatorelli, Abbagnano, Passerin d’Entrèves, schiera gli scrittori Arpino, Ceronetti, Natalia Ginzburg, Fruttero e Lucentini. Rafforza gli inviati con Arrigo Levi, Andrea Barbato, Lietta Tornabuoni, Gianfranco Piazzesi, Paolo Garimberti, Giampaolo Pansa, Vittorio Zucconi. Crea «Europa», inserto periodico in collaborazione con «The Times», «Le Monde», «Die Welt».

Il romano Ronchey va a Roma di rado. Si tiene lontano dai partiti e dai politici. Pretende un linguaggio preciso, preferisce i fatti alle ipotesi sui fatti. Solo una cosa gli dà più fastidio dei refusi: che nei corsivi su «l’Unità» Fortebraccio lo definisca «l’ingegner Ronchey» o «lord Cavoretto» per i termini inglesi che usa negli gli editoriali. Passato il testimone ad Arrigo Levi il 4 maggio 1973, mai più Ronchey l’umanista accetterà un’altra direzione. Crociano con riserve, «pannunziano eccentrico», frequentatore del pensiero di Keynes, Burnham, Weber, Schumpeter e Russell, dal ‘74 è a periodi alterni editorialista e inviato del «Corriere» e della «Repubblica», collaboratore dell’«Espresso» e di «Panorama». Professore di sociologia a Ca’ Foscari, contribuisce alla «Storia delle idee politiche, economiche e sociali» della Utet, lavora a documentari tv su Russia, Stati Uniti, Germania e sul Mezzogiorno, pubblica saggi di politica italiana. È ministro per i Beni culturali e ambientali nei governi Amato e Ciampi, poi presidente della Rcs Rizzoli-Corriere della Sera. Nel 1998 torna al mestiere di editorialista sul «Corriere della sera» e di saggista rigoroso, «malato di mania di accertamento».
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