8/3/2010 (7:39)
- INTERVISTA
L'analista: "L'Iran resta fuori. La vera sfida sarà formare il governo"
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| Iraq, due elettori mostrano il dito che testimonia il loro voto |
Marina Ottaway: vuoto
di potere per sei mesi
GIORDANO STABILE
Le preoccupazioni sulle ingerenze iraniane in Iraq sono sopravvalutate. Gli stessi sciiti iracheni si rivolterebbero davanti alla prospettiva di essere in qualche modo “annessi” all’Iran. Le incognite sono altre, prima di tutto la governabilità, perché sarà difficilissimo formare un esecutivo stabile prima di sei mesi». Marina Ottaway, direttore del Middle East Program al Carnegie Endowment for International Peace a Washington, non vede la longa manus di Teheran su queste elezioni, neanche nell’esclusione dei 560 candidati con un passato nel partito Baath di Saddam Hussein. Gli equilibri futuri si giocheranno nella spartizione del potere tra sciiti e sunniti, assai complicata, e da quella dipenderà anche la rapidità del ritiro delle truppe americane.
Quanto c’è di vero nel «sabotaggio» denunciato dai sunniti esclusi dal voto?
«Degli oltre 500 esclusi, metà erano sciiti e metà sunniti. È vero che i nomi di grosso calibro erano tutti sunniti, ma questo non dovrebbe spostare di molto l’esito delle elezioni. I votanti sunniti si orienteranno comunque sulle coalizioni laiche e miste, come quell’Iraqi Front di Al Mutlak, l’escluso più illustre. La maggior parte dei sunniti temono di più i partiti di netta ispirazione religiosa, anche i loro. Il più importante, l’Iraqi Islamic Party, ha molti problemi di credibilità».
Qual è la maggiore incognita, a questo punto?
«I primi risultati parziali arriveranno giovedì. Ma per formare un governo ci vorranno comunque da tre a sei mesi. Chi reggerà lo Stato? Il premier Al Maliki? La Costituzione non è chiara a questo riguardo. I partiti sunniti chiederanno probabilmente una grande coalizione. Curdi e sciiti cercheranno la continuità mentre andranno avanti le trattative per la spartizione del potere».
Avremo quindi un’altra coalizione curdo-sciita?
«La cosa più probabile è che nessun cartello elettorale riesca ad avere la maggioranza, anche perché vige il sistema proporzionale. I curdi da parte loro voteranno in massa per i partiti regionali, e saranno decisivi».
Anche il ritorno di Ahmed Chalabi, nel campo sciita, fa discutere.
«È un personaggio ambiguo, che fa di tutto per rimanere nel gioco. Non è amato neanche negli Usa, che si sono fidati di lui quando diceva che il dopoguerra sarebbe stato tranquillo e poi si sono ritrovati nella peggiore situazione immaginabile. Per i militari americani forse ancora qualche carta da giocare per i rapporti con l’Iran. Per la Casa Bianca invece è out, impresentabile».
Segno comunque che a Washington temono la longa manus iraniana.
«L’Iran ha giocato una partita abilissima in Iraq, ma non va sopravvalutato. Teheran ha buoni rapporti con tutti i partiti, non si è limitata a sponsorizzare le frange estremiste. Vanno invece ridimensionati i suoi obbiettivi. Non è pensabile una sorta di annessione della componente sciita. È come se l’Italia cattolica pensasse di annettersi la Baviera perché è cattolica. Gli sciiti iracheni non solo parlano arabo ma hanno una coscienza nazionale diversa. Non possono essere assorbiti dal vicino più forte».
Che però ha ambizioni da potenza regionale.
«La distruzione dell’Iraq di Saddam Hussein ha rotto l’equilibrio che vedeva i due Stati più o meno equivalenti. Ora l’Iran è la maggior potenza regionale. Ma proprio per questo non ha interesse a un Iraq destabilizzato, lacerato dalla guerra civile. Sponsorizzare il terrorismo sciita in Iraq non avrebbe senso, perché la reazione sarebbe l’esplodere del terrorismo arabo nel sud dell’Iran».
A questo punto, come andrà a finire la transizione?
«Credo che vedremo un altro governo sul modello di quello Al Maliki, anche senza di lui. Gli americani, da parte loro, sono decisa a rispettare il calendario del ritiro. La Casa Bianca spinge più del Congresso, ma fine anno resteranno non più cinquantamila uomini, in teoria soltanto con compiti di addestramento. Saranno comunque un bel deterrente contro colpi di mano, da qualunque parte arrivino».