9/3/2010 (11:15)
- L'INCONTRO
"1600 nuove case a Gerusalemme Est"
Schiaffo di Israele, l'ira di Joe Biden
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| Joe Biden (a destra) con Shimon Peres |
Via libera ai nuovi insediamenti
nell'area a maggioranza araba
L’ombra di un nuovo lotto di 1.600 alloggi, destinati a infoltire l’espansione degli insediamenti ebraici di Gerusalemme est - area a maggioranza araba la cui annessione a Israele non è riconosciuta dalla comunità internazionale -, torna ad allungarsi stasera sulle vaghe speranze di ripresa del dialogo israelo-palestinese.
Ad annunciarne il via libera è stato il ministero dell’ Interno israeliano, con un provvedimento che per alcuni oppositori ha il sapore della provocazione e che è stata condannata, fra gli altri, dalla Casa Bianca e dall’Autorità palestinese. E che appare anche uno schiaffo al vicepresidente Usa, Joe Biden, in visita oggi a Gerusalemme.
Il vice di Obama, che è a Gerusalemme nel tentativo di rilanciare il processo di pace dopo l’annuncio di ieri del mediatore George Mitchell dell’avvio di una tornata di negoziati indiretti (proximity talks) dopo un anno e mezzo di gelo, ha condannato con decisione la scelta di Israele: «Per la sostanza - ha detto Biden - e il momento scelto per l’annuncio, in particolare con il varo dei colloqui indiretti, è esattamente il tipo di atto che mina la fiducia di cui ora c’è bisogno».
L’iniziativa è stata resa pubblica dal ministero - affidato nel governo di Benyamin Netanyahu a uno dei leader della destra religiosa, Eli Yishai, del partito Shas - con uno scarno comunicato dai toni burocratici. Le 1.600 «unità abitative» - vi si legge - sono previste nell’insediamento ebraico ortodosso di Ramat Shlomo, lo stesso nel quale nel 2008 erano già state autorizzate 1.300 case, e il 30% sarà «riservato a giovani coppie». L’area - come hanno riconosciuto fonti ministeriali - è ben al di là della cosiddetta linea verde, ma è annessa al territorio municipale di Gerusalemme. Cosa che, stando alla linea del governo in carica, la rende parte inalienabile della «capitale eterna e indivisibile d’Israele».
Per ora il permesso - rilasciato dalla commissione per la programmazione edilizia del dicastero - non risulta essere esecutivo, ma ha comunque già il placet del ministro Yishai. Secondo le fonti del ministero, la tempistica del provvedimento è «casuale». Altri, tuttavia, non la pensano affatto così. Da Ramallah il capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Saeb Erekat, ha messo l’accaduto immediatamente in relazione con la visita di Biden, affermando che l’annuncio è parte «di una politica sistematica volta a distruggere il processo di pace». Da parte sua il presidente palestinese, Abu Mazen, ha invocato provvedimenti da parte della Lega Araba.
Critiche severe e accuse di sabotaggio sono venute pure da esponenti dell’opposizione israeliana e di movimenti pacifisti come Peace Now. Per Meir Margalit, capogruppo del Meretz (sinistra radicale sionista) al consiglio comunale di Gerusalemme, «la scelta dei tempi e il fatto che Yishai non abbia voluto aspettare neppure 2 o 3 giorni non sono per nulla causali»: si tratta piuttosto di «una prova di forza» della destra religiosa con lo stesso Netanyahu, «colpevole» d’aver detto sì ai colloqui indiretti promossi dagli Usa.
«Il comunicato del ministero dell’Interno - ha denunciato Margalit - è un schiaffo in pieno viso al vicepresidente Biden», assestato nel giorno dei suoi colloqui ufficiali a Gerusalemme e all’indomani dell’invito esplicito, rivolto dal dipartimento di Stato a israeliani e palestinesi, a evitare di disseminare di ulteriori «ostacoli» il percorso negoziale. Uno schiaffo che, a parere dell’esponente del Meretz, non può non essere accolto come «una provocazione tanto dagli Stati Uniti, quanto dal primo ministro Netanyahu».