8/3/2010 (22:16)
Liste, il Pd non rinuncia alla piazza
Il segretario del Pd Bersani con il leader Idv Di Pietro
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Bersani: «I trucchi non sono finiti».
E Di Pietro frena gli attacchi al Colle
ROMA
La decisione del Tar del Lazio di non ammettere la lista del Pdl alla corsa laziale non cambia la linea dura del Pd che trova conferma della gravità, e a questo punto anche dell’inutilità, del decreto. Ma, come previsto nei giorni scorsi dal segretario Bersani, i «trucchi» non sono finiti: ora il Pdl spera nell’ammissione da parte del Tribunale di Roma di una lista-fotocopia e il Pd, che ha già presentato una diffida, è pronto a ricorrere nel caso in cui la lista domani fosse accettata.

Sarà dunque battaglia a 360 gradi, dall’ostruzionismo in Parlamento fino alla manifestazione di piazza del Popolo di sabato prossimo, confermata oggi in un vertice delle opposizioni nel quale l’Idv si è impegnato ad attaccare il governo ma non il Capo dello Stato. Sarà stato, secondo l’eufemismo di Massimo D’Alema, il «caldo invito» rivoltogli dal Pd oppure il calcolo elettorale a venti giorni dal voto, fatto sta che Antonio Di Pietro sembra deporre le armi contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E sembra tornare il sereno con il Pd, preoccupato che la manifestazione di sabato prossimo, a piazza del Popolo, si trasformi in un boomerang, con il Capo dello Stato, invece del premier Silvio Berlusconi, bersaglio della piazza.

A colpi di ricorsi da parte dei governatori Pd e di diffide in tribunale, il Pd è determinato a tenere alta l’indignazione per il decreto salva-liste. La gravità dell’escamotage del governo per riammettere liste e listini ha trovato d’accordo tutti i big del partito, riuniti ieri sera in un vertice dal segretario Pier Luigi Bersani. Walter Veltroni, racconta chi ha partecipato al coordinamento, ha parlato di un grave «allarme democratico» contro il quale il Pd deve creare un argine. E non meno preoccupati sono apparsi Massimo D’Alema, Dario Franceschini e gli altri dirigenti. Da qui la decisione di aprire in Parlamento, come sintetizza Enrico Letta, un «ostruzionismo totale» e di scendere in piazza, non solo a Roma ma con mobilitazioni, più piccole, in molte città italiane. Battaglia dalla quale, però, va tenuto fuori Napolitano. E qui c’è stato chi, al vertice Pd, come l’ex presidente del Senato Franco Marini, Enrico Morando e Umberto Ranieri, avrebbe preteso che il Pd, nella difesa del Capo dello Stato, si spingesse fino al punto di dire che ha fatto bene a firmare il decreto. Posizioni, però, minoritarie rispetto alla convinzione dei più che la colpa del decreto è tutta del governo, che, certo, il presidente della Repubblica non poteva comportarsi diversamente ma che il giudizio sul decreto resta molto negativo.

Per confermare la mobilitazione comune di sabato, Bersani ha voluto dal leader Idv garanzie sul fatto che la piazza non sarebbe stata contro Napolitano ma in difesa della legalità e contro il dl-truffa. E Di Pietro ha oggi abbassato i toni così che il vertice del Pd con tutti i partiti di opposizione, radicali incluso, ha partorito parole d’ordine comuni per sabato: «Democrazia, legalità, lavoro. Sì alle regole e ai diritti. No ai trucchi. Per vincere». Perchè, è la convinzione del Pd, è giusto dare battaglia sul decreto ma non si può impostare la campagna elettorale su un tema che comunque non è in cima ai pensieri degli elettori. Ma in serata la decisione del Tar torna ad acuire l’indignazione dei democratici. Perchè, come attaccano il presidente del Pd Rosi Bindi e Anna Finocchiaro, la sentenza amministrativa conferma che dal governo c’è stata «una forzatura superflua e inutile».
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