9/3/2010 (7:30) - RETROSCENA
"Le sentenze si rispettano"
Giorgio Napolitano
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Napolitano sceglie il silenzio
Ma c'è chi sussurra: l'avevamo detto
PAOLO PASSARINI
ROMA
Le sentenze, ovviamente, si rispettano». Non è immaginabile che il Quirinale possa mettersi a commentare le sentenze, perdipiù quelle dei Tar. Ma si può percepire, nel modo in cui la notizia rimbalza sul palazzo, assieme alla coda di amarezza per come si è svolta l’intera vicenda, anche un agrodolce «l’avevamo detto».

Si fa notare che, nella lettera aperta ai due cittadini, il Capo dello Stato aveva rimpianto che non fosse stata indicata una soluzione «ancora più esente da vizi e dubbi». Lo stesso Presidente, dunque, aveva individuato vizi e nutrito dubbi rispetto al decreto.

Per il resto il Presidente «non è responsabile» del contenuto del decreto, responsabile ne è il governo. Il compito del Presidente, si ripete, era solo quello di constatarne la non «manifesta incostituzionalità», non per nulla la Costituzione prevede poi per ogni legge il vaglio della Consulta. Nello stesso tempo, il fatto stesso che il Tar del Lazio abbia respinto il ricorso «paradossalmente è una conferma del fatto che il decreto era solo intepretativo e non impediva al giudice di giudicare liberamente secondo la legge».

Ma c’è un altro lato della vicenda. Un decreto di dubbia costituzionalità, che a questo punto corre anche il rischio di non essere riconvertito, sembra essere stato inutile in entrambe le previste applicazioni, ma in compenso ha acuito, piuttosto che sedato, le tensioni politiche. Una brutta storia, che il presidente avrebbe voluto evitare, e nella quale è stato invece coinvolto dall’«autosufficienza» della maggioranza, come ha scritto, e dalla «diffidente indisponibilità» dell’opposizione. Sono queste le due diverse «amarezze» del presidente.

L’amarezza che gli ha procurato Silvio Berlusconi è ormai nota. L’aver minacciato di trascinarlo di fronte alla Corte Costituzionale per «conflitto di attribuzioni» se non avesse firmato il primo decreto è una cosa che chiunque conosce Napolitano sa che non dimenticherà facilmente. Inoltre, il presidente, confermano al Quirinale, avrebbe anche voluto attendere il pronunciamento dei Tar: questa, si dice adesso, era la sua «prima valutazione». Come si sa, la pressione del governo, che temeva slittamenti eccessivi, ne ha imposto una seconda.

L’altra amarezza è diversa. Napolitano voleva un «leggina» su binari parlamentari ad alta velocità concordata tra le parti e per quello si è speso fino al drammatico incontro con Berlusconi al rientro da Bruxelles. Anche gli esponenti del centrosinistra sembravano concordare sul fatto che bisognava fare qualcosa e lui sperava di riuscire a convincerli. Quando, uscendo dall’Hotel Amigo di Bruxelles, Napolitano disse, a proposito della «soluzione politica», «se qualcuno mi spiega cos’è», quello era un modo di esprimere delusione soprattutto nei confronti del partito di Pierluigi Bersani, che non aveva mosso un dito per favorirla.

Ora, innalzato sugli scudi da quello stesso Berlusconi che poche settimane fa lo additava come un «avversario» e un «comunista», Napolitano contempla da quella strana posizione gli esponenti del suo partito d’origine, il Pd, che dicono di difenderlo «per senso dello stato». Per poi magari concedersi in privato qualche battuta sulla sua storica vocazione alla conciliazione. In mattinata, ieri, parlando alle donne, aveva detto «una democrazia rispettabile è proprio il luogo nel quale per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio».

Certo che, come dicono al Quirinale, «il presidente è per natura al di sopra delle parti». Come Presidente, certo, ce l’ha nello stesso modo con il centrodestra e con il centrosinistra. «Personalmente poi...». All’ultima conta, ieri sera, erano quasi settemila i messaggi (email, fax) arrivati al Quirinale in questa tornata, gran parte di essi «taglia-incolla» organizzati. Sono arrivati a ondate. Nei primi tre giorni prevalevano i «facci votare», nei tre giorni successivi, dopo il primo round con Berlusconi, i «non firmare», trasformatisi, poi, per forza di cose, in «non dovevi firmare». Queste ultime due categorie, con quasi cinquemila esemplari, prevalgono nettamente sulla prima.
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