9/3/2010 (7:41) - MEZZO SECOLO DI FEMMINILITA'
L'Italia perde le sue gambe
Una réclame del dopoguerra e le gemelle Kessler
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L’Omsa in crisi sposta parte
della produzione di collant
in Serbia, le lavoratrici in piazza
MARIA CORBI
ROMA
Ci sono indumenti rivoluzionari, come la minigonna e come le calze, sogno erotico maschile, compagne fedeli per le donne. Simbolo di una femminilità cinematografica e quotidiana, urlata dalle copertine dei giornali e dai manifesti. «Omsa che gambe!», come non ricordare l’urlo invogliante della pubblicità. E allora la notizia della chiusura dello stabilimento Omsa di Faenza, con 320 donne lasciate a casa e difficilmente ricollocabili e la produzione spostata in Serbia, porta con se la certezza che quelle gambe così italiane, orgoglio nazionale, come una bandiera di avvenenza, diventano straniere, serbe per la precisione, lì sarà la nuova fabbrica.

Come sono lontani i tempi dei Caroselli degli anni Sessanta con le gambe delle gemelle Kessler stampate nella testa di molte generazioni. Triste anche se si pensa che l’Italia è il primo produttore mondiale di collant con 250 aziende che da sole rappresentano il 70 per cento delle calze vendute in Europa.

I primi collant
«Le gambe femminili sono dei compassi che misurano il mondo» fece dire François Truffaut in «L'uomo che amava le donne». Una geometria estetica che l’anno scorso ha compiuto 50 anni, cosa vuoi che sia in un mondo in cui le «cougar», le over 40, sono più agguerrite delle ventenni. Era il 1959 quando Allen Gant della Glen Raven Mills, una fabbrica di tessuti del Nord Carolina, crea il collant, ma venti anni prima la scoperta del nylon un tessuto che aveva la fama di essere «resistente come l’acciaio e delicato come una ragnatela», aveva donato alle donne un prezioso alleato e agli uomini un sogno erotico, le calze, che durante la guerra si trasformano anche in paracaduti, donate dalle fidanzate che aspettano a casa. Betty Grable se le sfila e le mette all’asta per 40mila dollari da donare all’esercito. Non c’è gara tra calze e collant sulla carica erotica, basta pensare a Sophia Loren in «Matrimonio all’italiana», Anne Bancroft ne «Il laureato», ma non c’è gara sulla comodità vinta questa volta dai collant accessorio indispensabile dopo l’avvento della minigonna. Una strada senza ritorno soprattutto per le donne che lavorano e che devono lasciare la seduzione a parentesi di vita privata.

La rivoluzione
Il collant aveva rivoluzionato la vita delle donne schiave di reggicalze e gancetti, ma anche degli occhi libidinosi dei maschi che cercavano di rubare sotto le gonne qualche veloce immagine di carne scoperta. Ecco il collant è stato una difesa, un muro dietro cui nascondersi, compagno per la strada dell’emancipazione. E quindi poco amato dagli uomini che infatti nella ricerca di mercato commissionata da Lycra un anno fa, intitolata «Gli uomini preferiscono le gonne», indicano di preferire di gran lunga (80 per cento dei casi) la calza autoreggente.

Mezzo secolo di storia. Con le scoperte di nuovi tessuti come la Lycra che danno alle calze maggiore resistenza, e quindi durata, ma che sono anche concausa della crisi. Se ne vendono meno (consumi dimezzati negli ultimi dieci anni) e questo insieme con la situazione globale ha piegato anche un comparto che è sempre stato un vanto dell’economia nazionale. Adesso le nuove calze parleranno serbo. E dire che solo qualche anno fa gli uomini in partenza per l’est e a caccia di conquiste se li mettevano a pacchi nelle valigie per fare colpo sulle ragazze. «Omsa che gambe», peccato non più italiane.
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