9/3/2010 (7:20)
- EX LAZIO, NOVE VITTORIE DA TECNICO DEL PALERMO
Delio Rossi: "La Juve ha più peso politico, ma non mi scandalizzo"
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| Delio Rossi, 50 anni
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Il suo Palermo contende il
quarto posto ai bianconeri
ROBERTO BECCANTINI
MILANO
Due a zero al Milan a San Siro e due a zero alla Juventus a Torino. Sette vittorie consecutive in casa. Quarto posto in classifica. Delio Rossi, a Palermo gonfiano il petto.
«Cosa vuole che le dica. Stiamo attraversando un periodo molto gratificante».
Molto gratificante: tutto qui?
«Perché i tifosi possano chiudere gli occhi e sognare, dobbiamo stare svegli noi. Noi, intesi come società, come squadra».
Eppure, quando arrivò...
«Quattordicesima giornata, 29 novembre del 2009: Chievo batte Palermo uno a zero. Non proprio un debutto memorabile. E in classifica, dodicesimi».
Parlò con Walter Zenga?
«No. Sono un tipo che rimuove il passato. Voglio avere la mente libera: per sbagliare, c’è sempre tempo... Certo, il Palermo di Zenga aveva surclassato la Juve al Barbera, due a zero, non mi aspettavo uno strappo così traumatico».
L’ambiente, lo spogliatoio?
«Ho trovato una rosa che mi si è dedicata anima e corpo senza rinnegare il lavoro del mio predecessore: impossibile chiedere di più, e di meglio».
Il suo Palermo?
«Schema di riferimento, il 4-3-1-2. Molto dipende dal trequartista: prima lo faceva Simpliçio, con me lo fa Pastore».
Liverani: dicono che il regista sia una specie in via di estinzione. Concorda?
«L’ho avuto alla Lazio. Vede, il problema non è il regista in sé. Il problema, comune a ogni categoria di lavoratori, è se uno nel suo campo è bravo o no. E Liverani, nel suo ruolo, è bravissimo».
Non è che la zona Champions vi dia alla testa?
«Conosco il Sud, e quanto i tifosi siano caldi, drastici: o tutto o niente. Nel mio piccolo, ho sempre buttato via i successi e “ascoltato” le sconfitte. Aiuta a non diventare imbonitori, piazzisti. Ecco: noi del Palermo non facciamo i venditori. Ci giochiamo la realtà ogni settimana; e se la realtà è questa, evviva».
Dopo Cassano e Balotelli, tocca a Miccoli: da Nazionale anche lui?
«Mi sento l’ultima persona che possa dare consigli a Lippi. Detto questo, Fabrizio ha talento. Il talento, però, va razionalizzato e messo al servizio del gruppo. Miccoli mi ricorda Zarate, con questa differenza: Zarate vede solo la porta, Fabrizio, per fortuna, no».
Grande giocatore da piccola squadra: è così?
«Di sicuro, a Palermo si sente importante. In cuor suo, soffre la competizione, ha bisogno di coccole. Dà peso al voto in pagella, alla telefonata del presidente, a una citazione del tecnico. Un tipo così».
Da Lotito a Zamparini.
«Di Lotito non parlo. Capitolo chiuso. Zamparini, dunque. Primo: sa di calcio. Secondo: il nostro rapporto è sincero. Terzo: magari mi piacerebbe sapere da lui, e non dai giornali, determinati giudizi, ma evidentemente non si può avere tutto dalla vita. Quarto: preferisco i brontoloni schietti ai falsi dicitori».
Un giocatore del Palermo che l’ha sorpresa?
«Nocerino. Non solo lavoro sporco, anche “piedi”».
Abel Hernandez?
«Un talento, assolutamente. Classe 1990, la stessa di Balotelli: non aggiungo altro».
Veniamo al nocciolo: il quarto posto. Quanti in ballo?
«Non meno di sei squadre: noi, Juventus, Sampdoria, Napoli, Cagliari, Genoa».
Fuori la Fiorentina, dunque?
«Ha 35 punti ed è in lizza su tutti i fronti, dalla Champions alla Coppa Italia. Tre obiettivi sono difficili da reggere, e a Firenze non sono abituati a giocarsi la partita della vita ogni tre giorni».
Mancano undici turni: ottimista o pessimista?
«Realista: abbiamo dei valori, ce li giocheremo fino in fondo, ma dobbiamo migliorare il rendimento fuori casa».
Zamparini ha riesumato il sorteggio integrale degli arbitri: favorevole?
«Personalmente, sono favorevole al professionismo degli arbitri - professionismo totale, con tanto di pensione per i più scarsi, in modo da scongiurare eventuali tentazioni - e all’autonomia della categoria. Gli arbitri non devono rispondere né alla Federazione né alla Lega ma esclusivamente ai propri capi. Il sorteggio, altro non sarebbe che una pezza a colori sul vestito».
Collina?
«Sta portando avanti un progetto ambizioso, sul piano tecnico e a livello di indipendenza. Non si può non tifare per lui».
Con la Juventus di mezzo, teme la sudditanza psicologica?
«Non è più come una volta, quando si notavano in giro troppe cose strane, ma è chiaro che dirigere Juventus, Inter e Milan non è come fischiare le altre. La sudditanza fa parte dell’uomo. Non è scandaloso: è, e basta. E glielo dice uno che non chiede mai il nome dell’arbitro».
In estate, quando era a spasso, rivendicò lo «ius» della gavetta. Su Ferrara non aveva tutti i torti.
«Sono un uomo di campo e me ne vanto. Mai gufato Ferrara. Nella vita, bisogna partire dal basso, non dall’alto. Nessuno nasce imparato. Nel caso di Ciro, parlare di bocciatura non ha senso. Se mai, la bocciatura riguarda la società».
Lei e Zaccheroni, Romagna in fiore.
«Sono contento per lui. Veniamo dalla stessa terra, ci siamo fatti girando l’Italia. Penso ai suoi molti alti e pochi bassi, a cosa significhi allenare la Juventus. Penso, soprattutto, al valore dell’esperienza che ci accomuna».
Domanda secca: il ruolo di Diego?
«Ci sono due Diego: il Diego del Werder e quello juventino. Il primo, tutto istinto; il secondo, un po’ istinto e un po’ lavagna. Nella stagione 2007-8 allenavo la Lazio, facemmo la Champions, e nella fase a gironi, oltre al Real, ci capitò proprio il Werder di Diego. Una vittoria loro, una noi. Ricapitolando: non è Kakà, ma un centrocampista dalla vocazione apertamente offensiva. E comunque, più libero allora, in Germania, che oggi».